Occorre una nuova presa di coscienza. La violenza non è un destino.

di Simona Sforza*

Ci sono le parole dell’articolo di Lea Melandri, pubblicato il 7 novembre sul Manifesto, che pongono tanti interrogativi, danno un quadro della violenza sulle donne, ci accompagnano nella riflessione necessaria sulla sequenza infinita di episodi che in vario modo sono sintomi di una volontà di sottrarre alle donne la libertà di autodeterminare la propria vita, per viverla finalmente e possibilmente lontano da soggetti abusanti. Ed è innegabile che su queste storie stia calando la percezione dell’ineluttabilità, di un pericoloso ripiegamento in una dimensione privata.
Ma se la violenza è un problema culturale, strutturale e rappresenta plasticamente l’asimmetria di genere tuttora presente della nostra società, l’esercizio di potere e controllo dell’uomo sulla donna, la difficoltà di costruzione di nuove relazioni e di un nuovo maschile, perché la narrazione sui media e tra le persone parla ancora sempre di follia, di raptus, di corresponsabilità delle donne, addirittura di banali conseguenze di conflitti tra coniugi? Dietro la scelta di usare violenza, uccidere, segregare, picchiare, stuprare una donna c’è un uomo, che deliberatamente commette questi atti.

Ritorna pericolosissimo l’inabissamento nella dimensione personale, privata della violenza, dopo che sembrava che avessimo finalmente portato nel dibattito e nell’agorà pubblica ciò che accadeva da secoli tra le mura di casa e ne avessimo portato alla luce i meccanismi. La frase “il boia ha le chiavi di casa” usata in manifestazione nel 2007, come giustamente ricorda Lea Melandri, parlava di un orrore che si nascondeva nella presunta normalità, nel luogo che si credeva il più sicuro di tutti. Si registrava la trasversalità della violenza, che si svelava essere diffusa indipendentemente dal ceto, la nazionalità, le disponibilità economiche, i livelli di istruzione, le professioni.
Il machismo, il patriarcato era nel dna, praticato e sostenuto in ogni dove. Nonostante questo disvelamento, nonostante la sensazione di una inarrestabile avanzata di un cambiamento culturale a portata di mano, nelle abitudini, nell’autonomia delle donne mentale ed economica, una sempre più significativa presenza delle donne in ogni ambito, il rischio di tornare pesantemente indietro è assai concreto. E forse è un tentativo di reazione di un maschile che non ha mai del tutto partecipato al cambiamento culturale, non ha mai compreso l’opportunità di un cambio di mentalità. Nell’assuefazione, nel considerare normali certi abusi, nell’indifferenza e nella giustificazione quotidiane, si consumano inaccettabili violenze. Donne che secondo i compagni devono bruciare come streghe, come oggetti, fantocci di nessun valore, l’atroce epilogo per aver scelto di separarsi, di allontanarsi dai loro aguzzini.
Filomena Lamberti si è salvata fortunatamente, ma non è stato così per Sara Di Pietrantonio nel 2016 e Violeta Senchiu che tre giorni fa è morta dopo ore di atroce agonia, l’ultima a subire questa crudeltà inaudita. E quando si dice che siano fulmini a ciel sereno, è voler assecondare l’immaginario che ci sia un destino immutabile per le donne, quello di vivere sempre sotto la scure di un uomo padrone della loro vita.
Impossibile rimuovere il dolore di vite stroncate per un no, lasciate sole in balia di uomini violenti, come nel caso di Jessica Faoro, che è sempre nei nostri pensieri. E ci sconcerta come di fronte a queste vite spezzate ci sia un’attenzione a corrente alternata, per lo più dettata da opportunismi, strumentalizzazioni e calcoli di varia natura. Ciascuno nel proprio ambito dovrebbe assumersi le proprie responsabilità. Ciascuno dovrebbe cercare di capire perché non si è intervenuti, cosa non ha funzionato, cosa si può fare per il futuro. Perché c’è sempre un prima, ci sono sempre segnali, campanelli di allarme e le donne non vanno lasciate da sole. Ne parlavo anche qui. E non possiamo affidarci al caso, sperando che le donne si salvino, riescano a scappare prima che sia troppo tardi.

Il senso di impotenza rischia di prendere il sopravvento, ma non dobbiamo consentirlo. Dobbiamo avere più cura e non lasciar passare nessun messaggio, nessun comportamento, nessun elemento che giustifichi, che sia un lasciapassare per un’idea di maschio che se non possiede, non controlla, non ribadisce costantemente alla donna che è un gradino sotto e che deve stare al suo posto, non è abbastanza uomo.
E se alla fine se ne parla con rilievo ampio sui media solo se il violento è straniero, allora evidentemente c’è da tornare indietro e recuperare, tornare a evidenziare tutto ciò che ci auguravamo fosse stato ormai compreso. Le basi su cui si fonda la violenza contro le donne vanno conosciute, sono fortemente connesse alla nostra cultura e alla nostra società, che va rifondata, su un patto di rispetto tra i generi, verso una parità di fatto e non solo teorica. Riguarda tutti e tutte noi.

*Coordinatrice Democratiche Municipio 7

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